Aborto farmacologico senza ricovero, il Comitato Pro-life insieme: “Nssuna scelta di civiltà dalla Regione”
La nuova Amministrazione regionale della Campania, recentemente eletta, non ha perso tempo nel produrre una direttiva sanitaria che, al di là delle dichiarate ed enfatizzate finalità – “mettere al centro i diritti, la dignità e la libertà delle persone”, con la volontà di incentivare l’IVG farmacologica quale “pratica sicura e altamente raccomandata (OMS), in grado di tutelare la salute fisica, emotiva e psicologica” – non farà altro che portare danno alle stesse donne che vi ricorrono, ma anche al tessuto sociale già sofferente per la denatalità.
“Ci sono poi da considerare le ricadute sul piano educativo per le giovani generazioni che già vivono una sessualità completamente deresponsabilizzata nei confronti della generatività. Questa pratica di aborto volontario infatti, risolvibile con due pillole, ingerite con tutta tranquillità –così vien fatto credere – la seconda anche a domicilio, non fa altro che banalizzare l’aborto stesso. Come si trattasse di una qualunque prestazione sanitaria. Tragicamente invece, viene colpevolmente “occultato” alla coscienza della donna il soggetto principale che determina la sua nuova situazione biologica ed esistenziale: l’essere umano nella sua fase iniziale di sviluppo, vivente in lei madre.
La fragilità della vita umana appena concepita e avviata allo sviluppo intrauterino viene proditoriamente aggredita e cancellata per corrispondere ad una falsa idea di libertà e dignità umana. Falsa perché nega la parte più evidente della realtà! E la versione cosiddetta “farmacologica” dell’intervento abortivo favorisce ulteriormente questo pensiero di negazione del valore della vita umana fin dal suo concepimento. Il volerlo considerare un “diritto” di scelta innovativa rispetto alle “modalità vecchie e anacronistiche” di aborto volontario, inganna ancor di più le coscienze e svuota il significato alla parola dignità.
Entrando nel merito specifico della dichiarata “tutela della salute delle donne” e di “garantire alle donne percorsi assistenziali sicuri, appropriati e gratuiti, nel pieno rispetto delle loro scelte e della loro dignità (come dichiarato da Roberto Fico, Presidente della Regione Campania)”, per correttezza e rispetto della verità, invitiamo a considerare i dati riportati nell’ultima Relazione del Ministero della Salute al Parlamento sulla L.194, relativi all’anno 2023, sulle conseguenze fisiche immediate della IVG farmacologica a confronto con quelle della IVG chirurgica. Come riportato nelle tabelle allegate, pubblicate nel nostro Comunicato Stampa n.2 del 31.03.2026, – pur nella incompletezza del dato nazionale per ben 1020 casi – le complicanze della IVG farmacologiche sono significativamente maggiori in numero e qualità rispetto a quelle conseguenti all’intervento chirurgico. In particolare, si constata quanto sia molto più frequente la necessità della donna di ricorrere ad un ricovero ospedaliero per il completamento chirurgico dell’aborto dopo fallimento o mancata/incompleta espulsione a seguito dell’assunzione del Mifepristone (RU486) e della Prostaglandina (Misoprostolo).
Sempre per onestà intellettuale, suffragata da numerosi lavori scientifici e dall’esperienza professionale, bisogna anche considerare quell’aspetto che la Relazione ministeriale omette da sempre, e che invece non è affatto secondario: le complicanze psicologiche della donna nel post-aborto, in particolare quello chimico detto farmacologico. La condizione di rendere la donna più autonoma nel gestire il suo aborto, come se l’ambiente casalingo a differenza di quello ospedaliero le garantisse minore stress, è paradossalmente più impattante sulla sua psiche. Si ritrova infatti da sola a sostenere gli effetti collaterali della Ru486 e del Misoprostolo (dolori crampiformi addominali, nausea e vomito, diarrea, cefalea e febbre, emorragia che può richiedere anche trasfusioni), e per un tempo di attesa (ansiogeno) di durata non prevedibile, fino all’espulsione del feto e degli annessi placentari. Dopo la 7^ settimana di gravidanza, e meglio alla 9^ compresa (tempo massimo nel quale si può effettuare l’aborto farmacologico) è anche possibile riconoscere la morfologia completa del piccolo feto tra i coaguli di sangue espulsi, e questa visione non può non colpire la sfera psichica della donna.
Quanto dunque gli Amministratori campani vantano di voler organizzare, alla luce dei dati oggettivi suddetti, l’aborto farmacologico è un atto ancora più lesivo della dignità della donna, della sua salute fisica e psichica, indotta ad essere responsabile, in prima persona, della eliminazione diretta del figlio.
Pertanto, questa della Giunta regionale della Campania, non può essere affatto considerata una scelta di civiltà. Ci saremmo invece aspettati in tal senso, provvedimenti più diretti alla tutela della fertilità e della maternità delle donne campane, per una sanità davvero “più equa, inclusiva (affermato da noi: anche dei nascituri!) e vicina alle persone”, volendo riprendere le parole dell’Assessore alle Pari Opportunità della Regione Campania, Claudia Pecoraro”, dice Alberto Virgolino presidente AIGOC
Comitato Pro-life insieme





